Come avviene il primo colloquio psicologico

Il primo colloquio è prevalentemente un momento in cui paziente e terapeuta si conoscono reciprocamente e il paziente inizia a spiegare il motivo che l’ha condotto a chiedere un aiuto specialistico.

In questo primo incontro il terapeuta abbozza la possibilità di un possibile percorso insieme e spiega come lavora.

Domande frequenti sul primo colloquio psicologico

Semplicemente, è opportuno dire ciò che si ritiene significativo in rapporto a quello che si sta vivendo e alle difficoltà che si  incontrano. Spesso, per il paziente, non è facile individuare neppure questo, ma sarà lo psicologo ad aiutare a far emergere le difficoltà e, laddove ci siano, i sintomi. Ognuno di noi conferisce un diverso valore agli eventi, ai pensieri e alle emozioni. È importante che in colloquio si riesca a dire ciò che si ritiene fondamentale ma soprattutto ciò che si riesce a condividere quando si sente di volerlo fare. È compito dello psicologo aiutare il paziente in questa apertura mediante un giusto atteggiamento di ascolto e vicinanza emotiva.

Quando si va dallo psicologo è normale che ci siano alcune domande di rito che pone per conoscere il quadro generale del paziente che chiede aiuto. Non si tratta di un’intervista strutturata, né esiste un protocollo univoco delle domande classiche che un terapeuta generalmente pone, però possiamo riconoscerne alcune tra quelle più utilizzate che indubbiamente aiutano all’esplorazione del paziente. Faccio qualche esempio delle domande che io generalmente utilizzo in un primo colloquio:

  • Cosa porta il paziente dallo psicologo? Ci sono infatti innumerevoli cause che portano un soggetto a chiedere aiuto: un sintomo (ad esempio attacchi di panico, depressione, agorafobia, gastriti e infiammazioni di varia natura, e via discorrendo), un problema relazionale (un divorzio, una situazione difficile con il proprio partner), un lutto, o semplicemente un’autentica voglia di conoscersi meglio.
  • Da quanto tempo sta vivendo questa condizione? Riconoscere il momento in cui tutto ha preso avvio è estremamente importante, in modo da poter iniziare a fare le prime ipotesi su questo punto di frattura tra il prima ed il dopo e iniziare un primo abbozzo di lavoro terapeutico.
  • Perché proprio ora ha deciso di rivolgersi ad uno psicologo? Questa domanda è strettamente legata a quella precedente. Infatti è raro che una persona si rivolga ad un professionista nell’esatto momento in cui la propria vita inizia a cambiare e subentra una condizione di crisi. Ciascuno tende per lo più a stringere i denti, a pensare che si tratti di una condizione transitoria destinata a sparire da sola. Quando questo non accade si arriva ad un punto in cui la propria condizione non è più sostenibile e ci si rende conto di aver veramente bisogno di aiuto. Questa sofferenza che eccede il limite tollerabile dalla persona è importante perché aiuta lo psicologo ad evidenziare i punti salienti del particolare momento di vita del paziente, a riconoscere il suo limite e a confrontarsi con esso.
  • Perché il paziente ha scelto proprio lui/lei come psicologo/a? Ciascuno di noi ha delle preferenze verso colui che si prenderà cura delle proprie questioni: che sia donna, uomo, giovane, maturo, con un aspetto serioso piuttosto che sbarazzino, con un certo tipo di preparazione. C’è comunque un particolare che spesso è ricercato dal paziente e che rende, per lo meno immaginariamente, un terapeuta preferibile ad un altro. Potremmo dire che quel particolare significa qualcosa per il soggetto, e questo semplice elemento è un possibile punto di avvio per iniziare a creare una relazione tra paziente e terapeuta.
  • Il paziente che cosa sta cercando? Come, il terapeuta, può essergli utile? Questa è una domanda molto importante per calibrare le aspettative del paziente e immaginare un percorso per renderle realizzabili. È una domanda che spesso spiazza chi la riceve. È chiaro che qualsiasi paziente (come qualsiasi persona) vuole “stare bene”. Ma che cosa significhi questa espressione è differente per ciascuno di noi. Eliminare il sintomo? Fare in modo che la propria vita torni a ciò che era prima che intervenisse una condizione di difficoltà? Lasciare tutto così com’è senza il sintomo? Per lo più una persona chiede aiuto perché vuole liberarsi di una condizione di sofferenza, ma qualsiasi sia la sua richiesta è bene esplicitarla, per iniziare a lavorare insieme in vista di un obiettivo comune.

Capita che nel corso della prima seduta il paziente non riesca a parlare, o che pianga per buona parte della seduta. Non succede nulla: lo psicoterapeuta accoglierà il silenzio o il pianto come parte di ciò che la persona prova e, eventualmente, aiuterà il paziente a rompere il ghiaccio, guidando il colloquio senza forzature. Compito del terapeuta è anzitutto quello di  rispettare i tempi del paziente (l’ansia e l’imbarazzo iniziali sono normali), comprendere il silenzio (non si tratta di un vuoto inutile, ma di un messaggio prezioso che racconta la paura o la fatica del paziente stesso), guida il dialogo (cercherà di mettere a proprio agio chi gli sta di fronte).

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