Le vostre domande - Dottor Enrico Bassani, psicologo - psicoterapeuta

Vai ai contenuti

Menu principale:

In questa sezione riporto alcune e-mail di richiesta di informazioni arrivatemi negli anni (e che pubblico dopo averne avuto autorizzazione) nelle quali è possibile trovare risposta a quesiti generali riguardanti alcuni aspetti della psicoterapia. Si tratta di indicazioni molto generiche, che però possono dare un’idea di ciò che significa affrontare un lavoro su se stessi o di coppia.
Gentile dottor Bassani,
dopo mille resistenze sono a chiederle un consulto per stati d’ansia che mi porto appresso da circa 15 anni, o che forse sono nati con me...

Gentile dottor Bassani,
sono una donna di mezza età che sta vivendo una fase molto difficile con il suo compagno...

Buongiorno dottor Bassani,
leggendo i contenuti del suo sito mi ha colpito la frase che chiude la sezione “Strumenti terapeutici”. Alla fine lei dice che l’obiettivo della terapia è permettere all’individuo di “diventare ciò che è”...


VORREI FARMI AIUTARE, MA CHE PAURA!

Gentile dottor Bassani,
dopo mille resistenze sono a chiederle un consulto per stati d’ansia che mi porto appresso da circa 15 anni, o che forse sono nati con me. Vorrei venire a parlargliene ma ho mille dubbi e paure. La più forte è relativa al fatto che lei possa dirmi che sono grave o addirittura irrecuperabile. Insomma, ho paura che parlare con un professionista voglia dire diventare automaticamente “malati” e questa cosa mi terrorizza. Soprattutto ho paura che lei, o chiunque esperto del settore, mi dia delle interpretazioni del mio vissuto che mi “condannano” a una certa diagnosi. Del tipo: “Se fa questa cosa qui vuol dire che lei soffre di questa malattia…” e via dicendo .
Mi può gentilmente chiarire questo punto?
Grazie e (lo spero) arrivederci.
Maurizio

Gentile signor Maurizio,
mi sembra di poter capire le paure di cui parla. Rivolgersi ad uno psicologo è tutt’altro che semplice e comporta una serie di passaggi emotivi e mentali spesso tortuosi e tormentati. Non è facile chiedere aiuto; non è facile chiedere aiuto a uno sconosciuto; non è facile affidare le parti più intime dell’esistenza a un professionista che ha i suoi canoni mentali, che emette diagnosi, la cui parola ha una autorità di carattere “medico”. I classici timori di chi inizia un percorso psicologico assumono spesso questa forma: “E se poi mi dice che sono depresso e che ci vorranno 10 anni per uscirne…”, oppure “Se mi dice che ho conflitti irrisolti con mamma di cui non ero neppure consapevole…”, “E se mi dice qualcosa di me che non riconosco e che mi fa paura?”.
Sono timori comprensibili e spesso legittimi, alimentati anche da alcuni luoghi comuni sulla psicologia che “interpreta” a tutti i costi e scopre aspetti reconditi e spesso sconvolgenti delle persone. In realtà, almeno nell’approccio terapeutico in cui mi riconosco, al primo punto c’è il tentativo di entrare in sintonia, di capirsi. Il terapeuta cerca di entrare in punta di piedi nel vissuto della persona che chiede aiuto. Un ingresso delicato, quasi come se ci vi muovesse in una stanza piena di cristalli preziosi, col timore di far cadere qualcosa. Nessuna interpretazione a partire da chissà quale verità rivelata, ma piuttosto un riflettere insieme, un cercare di andare in profondità, di dare un senso e integrare aspetti della persona che spesso sembrano totalmente incoerenti, ma che ad un’analisi più profonda trovano la loro ragion d’essere.
Poi ci può stare anche una diagnosi di riferimento, che serve più al terapeuta che al paziente. Diagnosi che non va nella direzione della definizione della patologia, ma offre un quadro di riferimento in cui collocare il sintomo. Una persona che ha paura di prendere l'aereo posso dire che ha aspetti fobici, ma questo, di per sé, serve poco al terapeuta e per nulla al paziente. E' nella relazione terapeutica che si gioca la partita, che si comprende il senso del sintomo, dove c'è, e l'origine dello stare male. Un lavoro che si fa insieme, in un rapporto di alleanza. Ed è lì che si sperimentano nuove modalità che, da soli, sono difficili da individuare.
Grazie a lei per avermi offerto l'opportunità di chiarire questi concetti centrali.
Cordialità.

TERAPIA DI COPPIA. COME FUNZIONA PRATICAMENTE?

Gentile dottor Bassani,
sono una donna di mezza età che sta vivendo una fase molto difficile con il suo compagno. Vorrei chiederle aiuto ma prima vorrei essere rassicurata circa la modalità con cui si svolge la terapia di coppia. Mi può dare qualche indicazione?

Gentile signora,
cerco di darle qualche elemento in più su che cosa significhi fare un percorso di coppia e su come mi approccio a questo tipo di problematiche. Alcuni capisaldi del mio modo di pormi rispetto a chi chiede aiuto sono i seguenti: l'assenza del giudizio (per cui chi chiede aiuto è libero di esprimersi nella consapevolezza che non verrà mai giudicato); la comprensione di sé a partire dalle emozioni che si stanno sperimentando in questo particolare periodo di vita; il tentativo di introdurre nuove possibili chiavi di lettura per uscire da situazioni di stallo o condizioni emotive di sofferenza.
Nell'intervento terapeutico di coppia questo tipo di lavoro viene fatto in due. Si cerca di capire insieme che cosa sta succedendo nella relazione, perché un certo equilibrio si è rotto e che tipo di integrazione si può raggiungere a un diverso livello di consapevolezza. Lo scopo delle sedute non è individuare "chi ha ragione", ma che cosa è successo e sta succedendo nella coppia.
Gli incontri si svolgono secondo questa modalità: venite entrambi, ci presentiamo e si cerca di focalizzare insieme quale sia il problema o motivo di sofferenza (perché molto spesso non è chiaro neppure a chi lo vive). Non è facile parlare di sé nelle dimensioni più profonde della persona e della coppia, ma di questo non si deve preoccupare: nessuno è obbligato a dire nulla e non ci sarà nessuna ingerenza da parte mia. Effettuerò tutt'al più riformulazioni di ciò che voi mi portate nel vostro racconto.
Dopodiché si stabilisce insieme un mini-persorso in genere di 4 sedute per approfondire i temi centrali nella vostra relazione e capire che cosa è successo nell'equilibrio che vi eravate creati. Al termine di questo breve percorso si fa un punto della situazione e si valuta insieme se è stato sufficiente il lavoro di chiarimento e approfondimento effettuato o se invece la coppia sente il bisogno di proseguire.
Cordialità.

COME SI DIVENTA CIO' CHE SI E'?

Buongiorno dottor Bassani,
leggendo i contenuti del suo sito mi ha colpito la frase che chiude la sezione “Strumenti terapeutici”. Alla fine lei dice che l’obiettivo della terapia è permettere all’individuo di “diventare ciò che è”. Che cosa vuole dire che devo diventare ciò che sono? Nel mio caso io vorrei semplicemente tornare come ero senza però quest’ansia che mi tormenta da quando ho avuto un attacco di panico ormai vent’anni fa. Tornato dal militare, dopo aver chiuso l’esperienza scolastica, mi sono trovato adulto e solo in un botto. Una notte d’estate, appena coricatomi a letto, ho sentito il cuore che mi esplodeva, ho iniziato a sudare e non riuscivo a stare fermo. Non c’era una ragione, un motivo. Nulla di particolare che dovessi fare o una preoccupazione. Fatto sta che mi ha preso un’agitazione fortissima. E nessuno mi poteva rassicurare. Da allora ogni volta che faccio qualcosa di nuovo, ogni volta che percepisco qualcosa di diverso in me o nel mio corpo ho paura che sia il primo indizio di un possibile attacco di panico e inizio a farmi mille paranoie… Da vent’anni faccio questa vita, con tutti i limiti che può immaginare: non mi sposto quasi mai di casa, ho paura a cominciare cose nuove, ho sempre bisogno del supporto di mia moglie (con la quale ultimamente le cose non vanno benissimo) per qualsiasi decisione, non posso fare un viaggio in aereo, treno o anche in auto… Insomma, vorrei essere quello che già sono, ma senza questo terrore che mi torni un attacco di panico.
La ringrazio se mi vorrà rispondere.
Luca

Gentile Luca,
provo a partire dagli indizi che mi ha dato della sua esperienza per risponderle. Mi sembra che la lettura che lei in questo momento dà della sua storia sia indicativamente questa: a un certo punto della sua vita, improvvisamente e senza ragione, ha avuto un attacco di panico che ha completamente stravolto la sua esistenza. Se non ci fosse stato quell’episodio così allarmante e inspiegabile, la sua vita avrebbe seguito tutt’altro corso.
Ricostruzione senz’altro vera e ipotesi plausibilissima. Ma possiamo anche rileggere le informazioni che ci offre da un’altra angolatura, ponendoci domande differenti. Come mai a un certo punto della sua esistenza ha avuto l’impressione di perdere completamente il controllo di sé e della sua vita? Che fase della sua esistenza stava attraversando nel periodo in cui le è capitato l’episodio di cui parla? Come si sentiva in quell’estate di vent’anni fa dopo che si era chiusa l’esperienza della scuola (come?; perché?) e che anche la parentesi del militare era finita?
Lei in parte già lo accenna: “Mi sono trovato adulto e solo in un botto”. Forse potremmo partire da qui, da queste emozioni complesse e sicuramente difficili da gestire, per capire che cosa le è successo e perché questo episodio ha lasciato un segno così profondo in lei.
E oggi, che cosa le accade quando si sente adulto, ossia responsabile e protagonista delle sue scelte? La responsabilità, per come la vive lei, va a braccetto con la sensazione di solitudine? E quest’ultima che sensazione è? Che cosa comporta in lei sul piano emotivo, cognitivo e corporeo?
E’ questo uno dei possibili fili conduttore che legano questi venti anni della sua vita? Quell’episodio alla sua esperienza di oggi?
Ovviamente stiamo facendo fantapsicologia, nel senso che sto prospettando un possibile percorso partendo da una semplice e-mail. Ma ci può servire per capire che cosa intendo quando dico che l’obiettivo della psicoterapia è “diventare ciò che si è”. Intendo che qualsiasi sintomo ci faccia soffrire, qualsiasi emozione noi possiamo provare, non viene da Marte, ma da noi. Ci dà informazioni preziose (per quanto spiacevoli) su come viviamo certe condizioni, sui “temi di vita” che per noi sono particolarmente difficili da affrontare. Il sintomo, qualsiasi sintomo, sembra sempre estraneo alla nostra esperienza e alla “coerenza” attraverso la quale siamo abituati a vederci. Riportarlo a noi e comprenderlo ci permette di risolverlo (o dissolverlo) e diventare un po’ più padroni della nostra vita emotiva. Nel momento in cui siamo consapevoli anche di questi aspetti della nostra personalità, e delle possibili linee di frattura, “diventiamo ciò che siamo” e non combattiamo più contro una parte di noi stessi.


 
Copyright 2012/2016. All rights reserved. P.Iva 02834600138
Torna ai contenuti | Torna al menu